mercoledì 3 settembre 2014

Anteprima: Storia della Sardegna antica, la preistoria che vediamo tutti i giorni

La mia terra è una terra misteriosa e senza storia o, per meglio dire, tutta preistoria.

E' sufficiente percorrere la Strada Statale 131 Cagliari-Porto Torres per rendersi conto di cosa intendo dire.

Di tanto in tanto tra i cespugli verdi e odorosi di macchia mediterranea è possibile scorgere la sagoma di un nuraghe, le antiche torri in pietra che ricoprono il territorio. Si dice ve ne siano settemila sull'Isola, ma forse nessuno li ha mai contati!

Più piccole e spesso nascoste, ma non meno interessanti le "domus de janas" che tradotto letteralmente significa “case delle streghe”. Si tratta di piccole abitazioni con funzione forse funeraria scavate nella roccia. Le tombe dei giganti, i dolmen, i mehnir e i pozzi sacri completano la serie di costruzioni megalitiche! Storia a parte andrebbe raccontata per il Sardus Pater e i giganti di Mont'e Prama, splendide statue litiche raffiguranti diversi personaggi dell'antichità, guerrieri e forse antichi dei, ritrovate nei pressi di Oristano e ancora oggetto di studio.

Una preistoria esagerata, che fa risalire la civiltà nuragica al 2000 a.C. circa, ma forse a periodi ancora precedenti.

Alcune scritte su pietra, solitamente attribuite a popolazioni estranee all'isola, sono state ritrovate negli anni. La più importante e anche la più dibattuta è conosciuta col nome di "stele di Nora" dal luogo di ritrovamento, Nora per l'appunto, città marittima a sud dell'isola. Mi chiedo per quale motivo un ritrovamento effettuato in Sardegna debba essere attribuito ad un popolo straniero, ma così è sempre stato. Come se la Sardegna non possa essere luogo di produzione di cultura. In ogni caso è chiaro che anche tutti coloro che si sono cimentati nel tentativo della traduzione devono avere le idee confuse dato che non riescono a mettersi d'accordo sul significato della scritta. Al momento esistono solo tante differenti versioni, talmente diverse l'una dall'altra che ci si potrebbe chiedere se gli esperti si siano cimentati nella traduzione sulla base di conoscenze scientifiche o sul gioco del "tiriamo ad indovinare"!

Io propendo per la seconda. La stele si può ammirare al Museo nazionale di Cagliari e chi vuole può provare a dare la sua interpretazione.

E che dire dei bronzetti? Antiche testimonianze di tempi passati, opere da ammirare per la splendida fattura.

Si tratta di oggetti in bronzo rinvenuti generalmente all'interno dei nuraghe. Vi sono statue di guerrieri, di sacerdoti, ma anche modelli di navi, nuraghi e animali oltre, naturalmente, ad armi di vario genere.

Forse più antiche le statuette della Gran Madre, la dea della fertilità per eccellenza, trovate tanto in Sardegna come nel resto del mediterraneo e considerata dea dell'Asia Minore.

Strabone ci racconta che Cybele, uno dei nomi della Gran Madre, era la dea dei Frigi e dei Troiani... e questo è un particolare da tenere a mente! Chissà qual'è la relazione tra le due dee?

Certo che se si pensa che la dea dell'Asia Minore era considerata la prima a dotare di torri le città come ci ricorda Ovidio nei Fasti quando si domanda: "Ma perché la sua testa è gravata da una corona di torri? Forse fu lei a dare le torri alle prime città?"

Torri o nuraghi?

Dea frigia, troiana e sarda allo stesso tempo?

Forse non si saprà mai, resta il fatto che le statuette della dea trovate in Sardegna sono una realtà!


Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO


domenica 1 giugno 2014

Anteprima: Storia della Sardegna antica

Cari amici, penso sia arrivato il momento di cominciare a parlare del mio prossimo libro, Storia della Sardegna antica, che dopo anni di ricerche sto terminando di scrivere.
Oggi, vi voglio regalare un capitolo, anche perchè vorrei avere vostri suggerimenti.
Ma non voglio farvi perdere tempo, ecco il capitolo che parla della storia dei nomi della nostra amata isola, la Sardegna, sperando sia di vostro interesse e che possiate trovare parte delle radici della nostra terra.

 
Sardegna... storia di un nome

Prima di passare la parola agli storici vorrei parlare brevemente del nome "Sardegna".

Tutti i sardi sanno che l'isola in passato ha avuto altri nomi, uno dei più famosi è Ichnusa1, ma non è l'unico e non è neanche il più antico.

Francisco de Vico, nel suo testo "Historia generale de la Isla y Reyno de Sardeña"2ci dice che il primo nome che ebbe l'isola gli fu dato dai suoi primi abitatori, gli ebrei, che la chiamarono "Cados Sene" il cui significato sarebbe "Calzare Sacro", probabilmente per la sua forma simile all'impronta di un piede o calzare. I greci diedero poi il nome di Ichnusa che vuol dire la stessa cosa, calzare santo.

Sempre De Vico ci dice che secondo Beroso, sacerdote babilonese del terzo secolo a.C. (perché poi un babilonese si sia occupato della Sardegna è tutto da capire!), il termine Sandaliotes era stato attribuito all'isola dagli abitanti che avevano preceduto i greci, a detta sua questi furono i principi vetuloni o toscani, gli etruschi. Poi arrivò in Sardegna Ercole che chiamò l'isola Iolea, per alcuni dal nome di Iole sua moglie,secondo un'altra versione dal nome di Iolao, suo nipote. Dopo Iolao, un figlio di Ercole di nome Sardo divenne Re e da lui l'isola prese il nome che porta ancora oggi: Sardegna.

Qualche secolo dopo De Vico, nell'anno 1792, l'abate gesuita Matteo Madao nelle sue “Dissertazioni Storiche e apologetiche critiche delle Sarde Antichità” scrive: “Assai più forte congettura che le sposte non sono, per provar e chiarire il nostro argomento, e per mostrare l'antidiluviana popolazione di quest'isola, pare che sia un'altra, che qui addurremo, la quale si tira dal primo e prisco nome Cadossene, onde, secondo Beroso, Solino, Plinio, Annio di Viterbo, Pineda, Albertino, ed altri storici autori, la Sardegna fu chiamata sin dal principio dell'antichissima sua fondazione: nome ebraico, composto di due vocaboli, i quali uniti significano pianella, o sandalo santo e divino (epperò Cados valesanto, e Sene pianella, o sandalo in lingua ebrea, o aramea), che per trovarlo i Greci, antichissimi abitatori d'essa Sardegna, assai proprio e significante, e adattato alla di lei figura di uman vestigio, il voltaron poi nel greco Sandaliothis, affatto corrispondente a Cadossene, non meno nel significato che nel congiungimento dei due vocaboli, i quali al pari de' due suddetti ebrei esprimono in greco la forma della stess'isola dacchè Sandalion significa sandalo, o pianella, e Theion, forma neutra di theios, santo e divino”.

Il nostro Madao riporta anche i commenti di Francesco Sansovino al testo di Beroso: “Cadossene, che i Greci dicono Sandalioti, i Latini Sancta Crepida, e noi Sardigna”...

Poco avanti, nello stesso libro, il padre gesuita, parlando della discendenza di Adamo e del significato dei primi nomi dati alle regioni del mondo dai colonizzatori ebrei, aggiunge: “Cadossene, onde l'isola di Sardegna da' primi di lei abitatori fu chiamata, ed al quale poi nei secoli postdiluviani altri nuovi nomi via via succedettero per appellarla, come Sandaliotis, Icnusa, Munivia3,Sardon, Sardinia, inventati da' Greci, da Fenicj, e Romani”

Ed ecco così ancora due nomi, Sardon e Munivia, che riemergono dal passato e dai testi di autori antichi ormai dimenticati. Procopio invece dice che “Sardò è il proprio nome di questa che chiamasi ora Sardegna". 

Come avrete notato non sempre gli autori concordano sull'origine dei nomi, questa è una cosa molto comune quando si parla dei tempi antichi, ed essendo la Sardegna terra antichissima, purtroppo è soggetta a questo problema.

Come comportarsi allora, vi chiederete.

Se volete, fate come faccio io, raccogliete tutte le testimonianze e fatevi una vostra idea della cosa più probabile, senza pretendere di arrivare alla verità, probabilmente persa per sempre nelle nebbie del passato più remoto.

Riassumendo, la terra che oggi è conosciuta col nome di Sardegna di oggi ebbe diversi nomi nel tempo e a seconda delle lingue dei popoli usate per descriverla: Cados Sene, Iolea, Munivia (e forse, Gadyla), Ichnusa, Sandaliotis, Sardon, Sancta Crepida e infine Sardegna, probabilmente ve ne sono altri che non conosco e ciò mi spinge a proseguire le ricerche.

Note:

1Ιχνουσσα in greco antico, traslitterato come Hyknusa o Icnussa.

2 Testo pubblicato a Barcellona nel 1639.

3 Sulla "Revue des deux mondes. Sept. 1836, tomo 7, pag. 543-564", in un testo di natura controversa, ho trovato anche il nome di Gadyla, ma di questo non sono certo. Vedi: Sulla scoperta d'un manoscritto contenente la traduzione di Sanchuniathon, di Filone di Biblos. sul mio sito, all'indirizzo http://tuttologi-accademia.blogspot.it/2013/07/sulla-storia-dei-fenici-secondo.html.


Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

giovedì 24 aprile 2014

Amerigo, il racconto di un errore storico, di Stefan Zweig

"Chi si aspetta giustizia dalla storia esige più di quanto essa voglia dare: spesso atribuisce imprese e immortalità all'uomo semplice e mediocre e lascia nell'oscurità i migliori, i più coraggiosi e i più saggi."
In questo modo Stefan Zweig chiude il suo saggio sulla storia dell'attribuzione del nome "America" al nuovo continente.
Stefan Zweig (1881-1942) muore suicida assieme alla moglie lo stesso giorno della pubblicazione di questo suo ultimo studio, nonchè lo stesso giorno della morte di Americo Vespucci (22 febbraio).
Come avrete già capito, il libro non è la biografia di Amerigo Vespucci ma la storia degli errori che hanno portato ad attribuire al nuovo continente il nome di Amerigo e non quello di Colombo, il primo ad arrivare sul continente (dopo secoli di buio).
Una catena di errori e scherzi della sorte che parte da un innoquo suggerimento di un uomo dimenticato, Waldseemuller, che scrisse: "... poichè Amerigo l'ha scoperta da oggi si potrebbe chiamare terra di AMerigo ossia America".
In effetti Amerigo fu forse il primo a rendersi conto che la terra (ri)scoperta da Colombo non era l'India delle spezie ma un nuovo continente, immenso e forse più simile al paradiso terrestre dei testi sacri che alle Indie delle spezie e delle sete.
Amerigo scrisse nelle sue lettere: "se nel Mondo è alcun Paradiso Terrestre, senza dubbio dee esser non molto lontano da questi luoghi [..] un paese dove le anime non sono sconvolte dalla lotta per il denaro, per il possesso, per il potere. Un paese dove non ci sono principi, ne esattori, dove non occorre logorarsi per guadagnarsi il pane quotidiano, dove la terra nutre ancora con benevolenza l'uomo e l'uomo non è eternamente nemico del suo simile."
E' la speranza nel Paradiso Terrestre, "speranza antichissima, religiosa, messianica, che questo sconosciuto Vesputius ridesta con la sua relazione" a Laurentius Petrus Franciscus de Medici quella che farà si che il mondo civilizzato voglia conquistare l'america. E' l'errore e forse la malafede di alcuni editori del tempo che fa si che il nome America venga attribuito alla nuova terra.
Un libro intenso, da leggere e rileggere, da studiare ed approfondire, anche in memoria di Stefan Zweig, un grande studioso forse un po dimenticato.
Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

mercoledì 19 febbraio 2014

La guerra civile o Farsaglia, di Marco Anneo Lucano

Chi è Marco Anneo Lucano?
Poeta latino, nasce a Cordova il 3 novembre del 39 dopo Cristo. Il padre è Marco Anneo Mela, lo zio è Seneca.
La famiglia si trasferisce a Roma poco dopo la sua nascita dove Marco si dedica allo studio della poesia. Nel giro di alcuni anni diventa famoso e entra nel cerchio dei poeti dell'imperatore Nerone.
Sarà la sua fortuna e anche la sua fine.
Nel 65 partecipa alla congiura contro Nerone e, scoperto, viene obbligato a darsi la morte all'età di 26 anni.
Dopo questa breve nota biografica, parlo un attimo della sua opera: "La guerra civile o Farsaglia".
L'opera poetica, organizzata in dieci libri (l'ultimo incompleto) racconta la storia della guerra civile tra Pompeo e Cesare che il secolo prima aveva insanguinato tutto l'impero romano.
Nel primo libro sono descritte le cause della guerra civile. Cesare e Pompeo sono rappresentati come uomini alla ubriachi di potere. Cesare attraversa il Rubicone in armi e si dirige a Roma.
Il secondo vede Pompeo scappare da Roma e rifugiarsi a Brindisi (ricorda qualcuno che fece la stessa cosa duemila anni dopo!) e poi, inseguito da Cesare, lascia l'Italia.
Nel terzo libro Cesare attacca le truppe pompeiane a Marsiglia e in Spagna. Il fantasma di Giulia, prima moglie di Pompeo, predice gli esiti della guerra.
Il quarto libro descrive l'assedio della città di Ilerda, in Spagna e le operazioni di Cesare in Illiria e in Africa.
Il quinto descrive le vicende di Cesare, nominato dittatore a Roma e di Pompeo che, radunato il Senato in Epiro, riceve l'incarico ufficiale di Comandante Supremo nelle operazioni contro Cesare. Pompeo invia la moglie a Lesbo affinchè resti al sicuro.
Nel sesto libro Pompeo a Durazzo riesce a sconfiggere Cesare e lo insegue in Tessaglia. La maga Erictho ridà la vita ad un morto per interrogarlo sul futuro di Pompeo e ne profetizza le prossime sventure.
Nel settimo libro i pompeiani e Cicerone incitano Pompeo ad andare incontro a Cesare. Gli eserciti si scontrano a Farsalo. Descrizioni della cruenta morte in battaglia. Pompeo esce sconfitto e fugge a Larissa.
Nel libro ottavo Pompeo si reca a Lesbo, dalla moglie, poi da li parte per l'Egitto alla ricerca di alleanze ma, su ordine del re Tolomeo XIII viene crudelmente assassinato poco prima di sbarcare.
Il nono libro vede Catone prendere il posto di Pompeo nella guida delle armate repubblicane. Con la moglie e il figlio di Pompeo svolgono le esequie senza però il cadavere. Cesare intanto raggiunge l'Egitto e riceve in dono la testa del genero.
Il decimo libro ci fa conoscere Cleopatra, che prima seduce Cesare e poi sposa il fratello Tolomeo per diventare regina. Il libro si interrompe durante i combattimenti che si verificarono durante il matrimonio di Cleopatra...
Il libro è molto particolare per le immagini forti descritte mirabilmente dei combattimenti e delle morti cruente, un esempio per tutte: la morte di Pompeo.
"Appena vide la spada su di sè, si coprì il volto e il capo, sdegnando
di offrirlo coperto alla Fortuna, chiuse gli occhi
e trattenne il respiro per timore di emettere grida
o macchiare con un solo lamento l'eterna fama.
E quando il sinistro Anchilla gli trapassò il fianco,
assecondò il colpo senza emettere un gemito;
spregiò il crimine, conservò il corpo immobile
e morendo provò chi fosse e volse in cuore
tali parole: <
romani mi osservano, il futuro contempla da tutte le parti
del mondo la lealtà e la nave di Faro: ora pensa
alla gloria. Hai trascorso una lunga vita tra prosperi eventi;
i popoli non sanno, a meno che non lo provi nel morire,
che sai sopportare le avversità. Non cedere all'onta,
non dolerti dell'esecutore del fato: qualunque mano
ti colpisce, è la mano del suocero. Mi lacerino le membra,
le disperdano, tuttavia sono fortunato, o Celesti,
e nessuno potrà privarmi di questo.
[..] Pompeo, fra i risuonanti colpi di spada
sul dorso e sul petto, serbava il venerando decoro
dell'augusta bellezza e il volto corrucciato con gli dei, conservando
intatti nell'istante della morte il volto e l'atteggiamento: lo attestano
coloro che videro il capo mozzo. Il feroce Settimio,
mentre compiva il delitto, ne inventò un altro più atroce:
squarciato il velo che copriva l'augusto capo del Grande
morente, ne afferra il capo ancora animato dal respiro
e poggia il collo languente di traverso su un banco.
Taglia i nervi e le vene e spezza a lungo le vertebre;
non sapevano ancora troncare il capo con un colpo solo
di spada. Ma quando il capo cadde strappato dal busto,
uno sgherro fario pretese di portarlo di sua mano.
[..] Affinchè l'empio adolescente vedesse Pompeo, la chioma
ricciuta che i re veneravano, la capigliatura che ornava la fronte,
generosa fu afferrata da una mano; e mentre il volto ancora
viveva e singulti facevano balbettare le labbra,
e gli occhi sbarrati s'irrigidivano, conficcarono un'asta
faria nel capo che, quando ordinava la guerra, cacciava
la pace dal mondo; quel capo che animava le leggi, il Campo Marzio
e i rostri: di questo sembiante ti compiacevi, o Fortuna romana.
Non basta all'infame tiranno l'averlo veduto,
vuole che rimanga testimonianza del crimine. Con arte nefanda,
detersero la testa dai grumi di sangue, ne asportarono il cervello,
ne essiccarono la pelle, ne spremettero gli umori corrotti
e fecero solidificare la faccia con aspersioni di un succo."

Ecco, così vi lascio. Il resto a voi leggerlo...

Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

martedì 11 febbraio 2014

Sulla formazione dello stretto di Messina, da Marco Anneo Lucano

Chi è Marco Anneo Lucano?
Poeta latino, nasce a Cordova il 3 novembre del 39 dopo Cristo. Il padre è Marco Anneo Mela, lo zio è Seneca.
La famiglia si trasferisce a Roma poco dopo la sua nascita dove Marco si dedica allo studio della poesia. Nel giro di alcuni anni diventa famoso e entra nel cerchio dei poeti dell'imperatore Nerone.
Sarà la sua fortuna e anche la sua fine.
Nel 65 entra a far parte della congiura contro Nerone e scoperto viene obbligato a darsi la morte all'età di 26 anni.
Dopo questa breve nota biografica, parlo un attimo della sua opera: "La guerra civile o Farsaglia".
L'opera racconta la storia della guerra civile tra Pompeo e Cesare che il secolo prima aveva insanguinato tutto l'impero romano.
In quest'opera vi sono tante curiosità ma io mi soffermo su una sola, il riferimento ad un avvenimento antico, celebrato da altri autori e di cui ho già parlato in altri articoli, ovvero la formazione del Mediterraneo e la separazione della Sicilia dall'Italia:
- Ancora su "Questioni Naturali"... da Lucio Anneo Seneca;
Ma vediamo subito cosa dice il poeta Marco Anneo Lucano in proposito, mentre descrive gli Appennini e i corsi d'acqua che da esso prendono vita:
"Dove l'Appennino allungando i gioghi si erge nell'aria,
vede le campagne galliche e s'innesta nel digradare delle Alpi.
Poi, fertilizzato dagli Umbri e dai Marsi e dissodato
dall'aratro sabello, abbracciando con le rocce pinifere
tutti i popoli autoctoni del Lazio, non lascia l'Esperia
prima che l'interrompano le onde di Scilla, e protende
le sue rupi fino ai templi di Giunone Lacinia.
Era più lungo dell'Italia, finchè l'assalto del mare
non ne disgiunse i confini e l'acqua non respinse le terre.
Ma, dopo che l'istmo fu aperto dal duplice mare,
gli estremi contrafforti si allontanarono dal siculo Peloro."
Ecco dunque ancora una volta la descrizione di un avvenimento che da come è descritto pare essere accaduto in tempi relativamente recenti e che ha lasciato tracce nell'immaginario collettivo del tempo.
Quando si separò realmente la Sicilia dall'Italia?
Quale fu la causa?
Domande ancora aperte che ripropongo ancora una volta a voi
tutti.

Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

sabato 25 gennaio 2014

La leggenda di Iside che diventa dea, dal Ramo d'oro di Frazer

Cari amici, questa sera torno ancora una volta a parlarvi del libro di Frazer, il ramo d'oro, per raccontarvi come secondo una leggenda di cui non avevo mai sentito parlare, Iside sia diventata Dea. Nella mia versione non vi è alcuna indicazione della provenienza di questo racconto ma poco importa, ecco come Frazer lo riporta quando parla dei tabù dei nomi delle divinità.
Iside era una donna abile nel parlare che era stanca di vivere nel mondo e voleva raggiungere gli dei e meditava in cuor suo di farlo in virtù del gran nome di Ra e regnare così in cielo e in terra.
"Molti nomi infatti aveva Ra ma il gran nome, quello che gli dava potere su uomini e dei, solo lui lo conosceva. Ora, in quel tempo il dio era diventato vecchio; sbavava, e la sua saliva gocciolò sulla terra. Iside a raccolse e, col fango impregnato di saliva, modellò un serpente e lo pose sul cammino che il grande dio percorreva ogni giorno diretto, secondo il desiderio del suo cuore, al suo duplice reame. E quando giunse, secondo l'uso, accompagnato da tutti gli dei, il sacro serpente lo morse"
Il dio sentitosi mordere cominciò a gridare rivolto al cielo, e con lui gridavano tutti gli dei che lo accompagnavano.
"Cosa ti tormenta? Gridavano gli dei. Ho, meraviglia!
Ma lui non poteva rispondere: batteva i denti, gli tremavano le membra. il veleno scorreva nelle sue membra come il Nilo scorre sulla terra. Quando il gran dio ebbe placato il battito del suo cuore gridò al suo seguito: venite figli miei, frutto del mio corpo. Io sono principe, figlio di principe, divino seme di un dio. Mio padre ideò il mio nome, mio padre e mia madre mi diedero il mio nome, ed esso restò celato in me fin dalla nascita, così che nessun mago potesse avere su di me poteri magici. Sono uscito per ammirare ciò che ho creato, ho camminato nelle due terre che ho creato, ed ecco! Qualcosa mi ha punto. Cosa fosse non so. Era fuoco? Era acqua? Il mio cuore è in fiamme, la mia carne trema, un fremito scuote tutte le mie membra. Portatemi i figli degli dei, dalla parola che risana, dalle labbra sapienti, il cui potere raggiunge il cielo. E allora vennero a lui i figli degli dei e molto si dolevano."
Il grande Ra era veramente mal ridotto. chissà se la storia aveva un fondamento reale. Ra rappresentava il disco solare alto nel cielo... Il racconto continua con l'arrivo di Iside.
"E venne Iside, con la sua scaltrezza, la cui bocca è colma del respiro della vita, i cui sortilegi scacciano il dolore, La cui parola fa risuscitare i morti. E disse: cos'hai padre divino? Che accade?
E il santo dio apri la bocca e disse: Andavo per la mia strada, percorrevo, secondo il desiderio del mio cuore, le due regioni che ho creato, ed ecco! Un serpente che non vidi mi morse. E' fuoco? E' acqua? Sono più gelato dell'acqua, più del fuoco ardo, sudano le mie membra, io tremo, il mio occhio si appanna, non vedo il cielo, umido è il mio volto, come d'estate.
Disse allora Iside: dimmi il tuo nome, padre divino, poiché l'uomo chiamato col tuo nome vivrà.
Rispose allora Ra: Io creai cielo e terra, io disposi le montagne, feci il grande, vasto mare, come una tenda stesi i due orizzonti. Colui io sono che apre gli occhi, ed è la luce, che li chiude, ed è tenebra. Al suo comando si innalza il Nilo, ma gli dei non conoscono il suo nome. Sono Khepri al mattino, Ra al meriggio, Atum al tramonto.
Ma il veleno non fu allontanato da lui, più a fondo, sempre più a fondo lo trafiggeva, e il grande dio non poteva più camminare.
Gli disse allora Iside: non era il tuo nome, quello che mi dicesti. Dimmelo, dunque, affinché il veleno possa allontanarsi, poiché colui il cui nome è pronunciato, vivrà.
Il veleno bruciava adesso come fuoco, era più ardente della fiamma del fuoco.
Disse il dio: consento a Iside di cercare dentro di me, e che il mio nome passi dal mio petto al suo.
E allora il dio si nascose dagli altri dei, e il suo posto nella barca dell'eternità restò vuoto.
In tal modo il nome del grande dio gli fu tolto, e Iside, la maga, parlò: Scorri via, veleno, allontanati da Ra. Io sono, proprio io, che ho vinto il veleno e l'ho gettato a terra; perché il nome del grande dio è stato strappato da lui. Che Ra viva, e che il veleno muoia.
Così disse, la grande Iside, regina degli dei, colei che conosce Ra e il suo vero nome."

E così vi lascio per oggi, in attesa di trovare qualche altro interessante spunto di riflessione.

Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO
Archeologia, preistoria e storia, suddivisioni artificiose del tempo... l'unico testimone dell'evoluzione dell'Uomo...
Egitto... Roma... Sardegna...
Etruschi... Babilonesi... Assiri... Hyksos... Shardana... popoli del mare... Maya... Aztechi... Cinesi...
Vogliamo parlare di questi popoli e di altri... cercare di evidenziare similitudini e differenze... proveremo a studiare, assieme a chi ne ha voglia, popoli dimenticati... senza preconcetti!
Cercheremo di ripercorrere la storia di questi popoli con l'aiuto di storici antichi e moderni... ma non solo...
Cercheremo di andare oltre una disciplina scolastica leggendo testi antichi alla ricerca di radici ancora poco chiare...
Cercheremo di capire se è vero che l'uomo si è evoluto così come abbiamo studiato, linearmente, oppure se è possibile che le cose siano andate diversamente... come sostenne Platone!

Zibaldone...

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